Letture 2010

Titolo variabile

 
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Questo libro è composto da una serie di disegni fatti tra il 1998 e il 2008. Le rare parti di testo intervallate alle immagini sono più un contrappunto verbale che didascalie. Ognuna di tali immagini ha una forza autonoma. Si possono definire condensati di esperienza, in riferimento alla singolare coincidenza, nella lingua tedesca, dei termini «condensare» e «poetare» in un’unica parola: dichten.

Nell’arco della quadripartizione del libro, al lettore è offerta una libertà di movimento che coincide con la costante facoltà di un esercizio proiettivo attraverso le immagini. Cioè, il tentativo, da parte dell’autrice, di ricostruire un percorso personale di distruzione di legami, parole e sentimenti crea l’effetto di muoversi, per così dire, nello spazio nuovo di una dopo-esplosione, in cui si ricombinano le parti a piacere. Anche per questo: titolo variabile.

Louise Bourgeois, in un testo di quasi vent’anni fa, sembra suggerirci l’approccio giusto per un incontro come questo: «... la mia visitatrice taceva, era muta come un pozzo. Allora ho lanciato dei sassolini e ho colto l’eco di una fonte viva. I suoi disegni hanno sostituito le parole. Da allora un rituale silenzioso suggella la nostra complicità».

Margherita Morgantin, “TITOLO VARIABILE”, Edizioni Quodlibet 2009

Nota critica di Armando Bertollo



Il libro di Margherita Morgantin ci ripropone di riflettere su cosa possa essere il ‘segno’, la ‘presenza’, la ‘consistenza linguistica’ della poesia e dell’arte. Tutte le epoche della storia, tutte le civiltà hanno lasciato tracce formali e linguistiche classificate dagli specialisti (e dal pubblico) come arte e poesia. E queste tracce sono state considerate di volta in volta come modelli di riferimento per la pratica stessa dell’arte e della poesia. Ma l’esperienza e l’osservazione più attenta di queste tracce, del loro variare nella geografia culturale e nel tempo, hanno insegnato anche che, se la conoscenza e l' imitazione del modello può essere necessaria in una fase iniziale di studio e di apprendistato, ben presto il modello non può più essere imitato, in quanto l’imitazione conduce all’accademia, alla maniera, all’artigianato: ovvero allo stereotipo di artisticità e di poeticità. L’esperienza e l’osservazione non superficiale, insegnano che la sfida di ogni autentica avventura poetica e artistica, sarà quella di riuscire a smarcarsi dalla potenza canonica del modello, cercando quella variante in grado, prima o poi, di proporsi a sua volta come modello. Ma questo distacco non avviene mai senza rischi. Uscire dal canone, tentare di riformare il modello, implica una maturazione, un processo sul piano linguistico e formale, paragonabile alla soluzione del ‘complesso di Edipo’, al superamento della logica inibente del ‘dovrei, ma non posso’. Superare questa fase di conflitto per raggiungere l’autonomia, l’originalità, non è affatto scontato. Discutere il “padre” può risultare assai pericoloso: la messa al bando è dietro l’angolo, con il conseguente isolamento e rischio di annientamento. In effetti il modello normativo, il “padre”, come il leader di un gruppo, è sempre pronto a riconoscere ed accogliere chi non discute la sua autorità, che di fatto tende a diventare opinione comune, normalizzazione, stereotipo appunto. Il modello investe ogni ‘replica’ della sua autorità, sia pure riflessa, la ‘integra’ nel gruppo, la fa ‘appartenere’, ne garantisce una identità pubblica. Ma la ‘replica’, in quanto ‘replica’, dovrà rinunciare alla propria luce, alla propria individuazione. Come dire: l’appartenenza garantisce il riconoscimento, ma preclude la possibilità dello sviluppo originale che può aprire al futuro, alla maturazione di un eventuale nuovo modello. A livello psichico spesso la forza gravitazionale del modello di riferimento agisce e condiziona in profondità, nell’inconscio, determinando preconcetti e pregiudizi che inevitabilmente tendono a contrastare come improprie, inadeguate, spesso quelle spinte, quelle necessità più innovative, meno codificate, più autentiche. La scelta di uscire dal canone è pertanto sempre una scelta coraggiosa e senza alcuna garanzia: deve sapersi assumere il rischio del fallimento, in quanto è ‘sperimentale’. O del riconoscimento tardivo, se non addirittura postumo. Margherita Morgantin con ‘Titolo variabile’ sceglie coraggiosamente di uscire dal canone della scrittura poetica verbale, proponendo un libro a prevalenza visuale che presenta un’autonomia strutturale e stilistica svincolata anche dal canone dei libri oggetto e calligrafici, nonché da quello della poesia visiva, concreta e tecnologica. L’autrice, a partire dal suo personale ‘zabriskie point’, ci propone un’esperienza del pensiero per segni, schizzi, disegni che affiorano nella sequenza spaziale e temporale delle pagine, limitando la presenza del linguaggio verbale a rarefatta congiunzione-introduzione o contrappunto (come è scritto nella nota di retro copertina). L’autrice non si fida più della parola. O meglio non si trova a suo agio con essa, non la riconosce più. Dichiara: “Non so parlare, non trovo le parole, quando le dico significano altro da quello che pensavo.” “Provo a disimparare la lingua. Disintossicazione dalle forze coercitive della percezione, dei movimenti, dei significati simbolici legati alle forme e ai sentimenti.” Ma non si arrende alla pagina bianca. Non rinuncia all’esperienza umanizzante del cercare comunque una ‘forma’ di scrittura poetica, un personale confronto con il limite (origine) dove si sintetizzano possibilità ed esperienza in 'fatto linguistico' che tende alla comunicazione. In ‘Titolo variabile’ le frasi di scrittura verbale molte volte sono delle formule, delle definizioni esatte che portano il lettore ad interrogarsi sulla loro presenza/intervallo tra i segni/disegni che sono la libera espressione della condensazione di esperienza linguistica formale-formante ed esperienza esistenziale esclusiva. La Morgantin sembra volerci condurre in un suo spazio/tempo linguistico che va oltre le consuete convenzioni estetiche. D’altro canto sembra volerci proporre anche di riflettere esteticamente sulle definizioni linguistiche e formule riportate, dove il fatto estetico è presente nella rigorosità del pensiero esatto. C’è in questo libro qualcosa che ci riconduce alla celebre chiusa del “Tractatus” di Wittgenstein, parafrasata in una soluzione affermativa, dimostrativa, come a voler correggere in altro modo il silenzio drammatico del non dicibile. E che cos’ é l’arte, la poesia, ritornando alla questione introduttiva — se non il reiterato tentativo di sfidare l’indicibile, l’indimostrabile? Tentativo che quando si dimostra autentico può accompagnarci e dar ‘tono’ al nostro precario, sempre a ‘titolo variabile’ appunto, cammino? Senza però farci smarrire o illudere, nella nostra solo virtuale capacità di volare , in quanto , come ci ricorda l' autrice citando Cesare Viel, “ Le frasi ad alta quota possono dare alla testa: si vedono migliaia di elicotteri in cerca di un disperso.”


Schio,

1 maggio 2010




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